Venerdì 6 marzo 2009 5 06 /03 /2009 19:35
 

La Dedica”


In quella giornata splendida, gli uccelli volavano bassi posandosi, uno dopo l'altro, sull'unico albero rimasto vicino al laghetto. Il primo ad accorgersene fu “Pulcione”, il gatto, che, con la solita prepotenza dei felini, chiedeva insistentemente di uscire. Lo seguì “Caramella”, la cagnolina nera che lo sgridava spesso come fosse la mamma. Ma anche lei restò di stucco a vedere la scena. In natura tutto segue un suo corso, una legge e quella visione si distaccava di gran lunga dall'istinto animale.

Nel frattempo Elvira, come tutti i sabati, continuava, ignara di quel che accadeva alle sue spalle, nell'opera di mettere ordine tra un'infinità di papiri e documenti. - “Che lavoro ingrato!”- si diceva mentre sbuffava- “Non riesco a mettere ordine nella mia vita e devo tenere a portata di mano le ricevute per pagare le tasse... sempre controllare e sborsare, mai una volta che me ne venga a me!”- .

Bussarono alla porta, di scatto i due animali vi si precipitarono. Era il postino. Elvira aprì pensando rassegnata ad altre fatture e rogne varie da sbrigare. - “Un pacco? Ma io non ho chiesto niente. Ci sarà da pagare, sicuro come l'oro! ”- disse con sorpresa al postino intanto che Pulcione e Caramella facevano a botte per uscire. - “ Mi scusi Alberto, non so cosa hanno oggi i miei “titini” - così chiamava le sue care bestiole- sarà il tempo!” . - “Veramente oggi è una bella giornata, comunque tranquilla, per questa unica e rara occasione, dopo dieci anni di fedele servizio, non le svuoto il portafoglio”- rispose il postino mentre le consegnava con soddisfazione l'involto.

Salutò sorridente, ed emozionata chiuse in fretta la porta. - “Oh! Mi occorreva una piccola ricompensa, me la meritavo... - e canticchiava – Cosa sarà? Cosa sarà? Cosa sarà?...“ Da Michele!!! ” - strillò. Com'era lontano quel dì in cui se la svignò in silenzio. - “ Ero nel giusto quando ordinai di abbattere il salice a cui Michele si era tanto affezionato”- si disse con nascosto rimpianto, cercando inutilmente di placare l'intenso e sofferto ricordo che aveva ancora sulla coscienza.

Qualche anno prima , Elvira, si era impegnata nel commercio della carta. Non aveva bisogno di soldi, il suo conto in banca godeva di proficui interessi grazie all'eredità di suo padre, ma si annoiava e trovò interessante dedicarsi a qualche affare. Non sapendo un granché di botanica, decise di istruirsi tramite conferenze e fu così che conobbe Michele, il quale le frequentava per motivi opposti. All'epoca era studente in farmacologia e si interessava delle proprietà terapeutiche degli alberi, in particolare di quelle del salice bianco. Tra di loro tuttavia, si generò subito una passionale intesa e in poco tempo iniziarono con disinvolta spontaneità a condividere le proprie vite.

Quel salice... era stato conficcato in riva al laghetto, accanto al vecchio albero solitario e triste. Michele, che aveva una spiccata immaginazione, diede un nome ad ognuno e con grande cerimonia un giorno fece finta di essere un prete per celebrare il loro matrimonio. Al piccolo, suo pupillo, diede nome “Ombretta” perché oltre ad avere i fiori verdi, bianchi e lanosi, secondo lui nel giro di pochi anni gli avrebbe dato riparo dal sole nei suoi pomeriggi di lettura. E l'altro, poiché fioriva giallo ed era gia grande e maturo, lo soprannominò “Saggio”. Elvira lo prendeva in giro dicendo che quel piccolo salice era troppo fragile e ridicolo, che avrebbe fatto il tuffo nel laghetto alle prime piogge. E che il grande vedendolo annegato sarebbe morto d'infarto.

Intuiva bene Michele. All'insaputa del resto del mondo, sotto terra si stava creando un paradiso di tenerezza. I due alberi comunicavano tra loro intrecciando affettuosamente le radici e soltanto le persone sensibili potevano cogliere il potere di quell'originale linguaggio. Elvira non capiva come faceva Ombretta a guarire dai suoi malanni ed a crescere sempre più robusta e vigorosa. - “Sono le cure di Michele...”- pensò. In realtà, era sempre Saggio che, con le sue fondamenta a mo' di talpa, si avvicinava a lei morbidamente per darle con candore il suo nutrimento ardente.

-“Guarda Saggio! Hai notato come mi sono fatta grande?” - disse Ombretta pavoneggiandosi mentre vedeva riflessi i suoi lunghi, flessibili e folti rami nel laghetto. -“Ieri, mentre dormivi, è venuto il boscaiolo e dopo aver fatto il solito giro nella foresta con la padroncina Elvira, si sono soffermati sul mio tronco. Papà Michele non era molto distante e sai che lui è geloso nei miei confronti, se qualcuno mi tocca, prende fuoco. Quindi, i due parlavano sottovoce, ma io ho sentito tutto. Dicevano che su di me si potrebbero scrivere dei prestigiosi libri. Saggio! Tu che sai tutto, vuol dire che diventerò famosa?” - Ombretta non la smetteva di fantasticare facendo nel frattempo il solletico a Saggio con le sue ormai robuste ma delicate radici. Ma il vecchio Saggio tacque senza fare una piega.

-“Dai Saggio! Dimmi che il mio sogno si avvererà! Ma come sei serio... Non sarai mica geloso? Mi sei sempre stato vicino nella crescita e so di doverti la vita, ma non sarebbe giusto rinunciare per questo al mio promettente destino, ti pare? Un giorno sorriderai fiero di me e contento di sapermi felice... Tu mi ami, lo so, ma non essere così egoista!” - continuava Ombretta.

-“Adesso taci e lasciami dormire Ombretta!!! Sono vecchio e stanco!” - rispose Saggio mentre un po' di pura e amara resina colava dalle fessure del suo travagliato tronco. E Ombretta, giocherellona, ma sempre rispettosa, ubbidì.

Per mesi, i due alberi, l'uno all'insaputa dell'altro, fecero con ansia la guardia al ritorno del tagliaboschi, finché un giorno di pioggerella fine si presentò. Subito non se ne accorsero, erano morti dal sonno. La sera prima e per gran parte della notte, Elvira, imbestialita, minacciava Michele di cacciarlo via di casa. - “Mi tradisci !!! Ne sono certa !!! Ultimamente di me non te ne importa un bel niente... Sei freddo e continuamente immerso nei tuoi pensieri, nelle tue lunghissime passeggiate... Ti preoccupi più degli alberi che di me !!! Sono stanca di dover gestire tutto da sola mentre tu, novantanove su cento, vai a “ caccia di farfalle” !!!”.

Michele non si sentiva, ma arrivata la notte fonda, con un suo “ Baaastaaa !!!” si spensero le luci e neanche i grilli osarono più cantare. Si alzò all'alba e prese a camminare per ore senza una precisa meta. Aveva ragione Elvira, mille pensieri frugavano nella sua testa, ma per la sorpresa che da un po' e con fervido entusiasmo stava elaborando, dedicata solo ed esclusivamente a lei, unico grande amore della sua vita.

Il taglialegna suonò alla porta. Elvira, infuriata come non mai al trovarsi di nuovo sola, si alzò di scatto e aprì. - “ Si prenda quel salice che le faceva venire l'acquolina in bocca e tolga le sue radici, neanche una deve restare su questo mio suolo!!!”- disse senza neppure dare il buongiorno. - “Ma... e il Sig. Michele? Ma ne è proprio sicura, signora? Ho capito bene?”- rispose con avido sgomento il boscaiolo. - “ Di tipi che fanno il loro lavoro senza fare tante domande ne trovo finché ne voglio, quindi se vuole guadagnarsi il pane, taccia e vada a fare il suo dovere!!!”- rispose lei.

-“Non ci posso credere Saggio, viene verso di me! Si! Si! Siii!”- disse Ombretta gasata. -“Nooo!!! Vieni a prendere me, maledetto mostro assassino!!!”- urlò disperato il vecchio albero mentre con le sue foglie cercava di asciugarsi la sua sempre più gocciolante resina. Le sue radici, più che mai, si allungarono e intrecciarono quelle di Ombretta, ma ciò non impedì alla tagliente ascia di seguire il suo mortale percorso.

-“Ahi!!! Ahi!!! Ahi!!!”- Il primo colpo della scure fu! - “Attento! Mi fai tanto male! Lo dirò a papà Michele quando torna e vedrai che te ne darà di santa ragione!!!”- gridò Ombretta singhiozzando in lacrime. - “Saggio! Saggio! Aiutami! Tienimi! Mi spinge! Non sento più le mie radici, sto precipitando!!!” - disse il piccolo grande albero.

Saggio abbassò con energia i suoi elastici tentacoli per stringerla a sé in una morsa stretta stretta, ma quella pioggerella continua aveva inzuppato i suoi rami e dolorosamente le scivolò tra le braccia. - “ Ti invierò notizie coi pendolini, le api e tutti i nostri amici del bosco... Ti prego, non essere triste!”- disse Ombretta al salice piangente mentre abbandonata per terra strappavano le sue radici e aspettava di essere portata via con gli altri alberi.

-“Sono qui! Qui sono!”- era l'inconfondibile saluto di Michele- “Devo parlarti, amore mio, dove sei?”- continuò. - “Ma perché non mi risponde? Ho capito, è fuori, forse dal laghetto che mi aspetta in pensiero, quanto sono stato stupido...!”- pensò mentre si dirigeva verso la finestra per chiamarla.

Ad un tratto il mondo gli crollò addosso, chiuse gli occhi e pregò: “ Terra ingoiami!!!”. Guardò in alto mentre ciecamente si dirigeva in direzione dello svincolo e da quel giorno di lui mai più si seppe nulla.

Due lunghissimi anni erano passati dall'evento, ma Elvira lo riviveva quotidianamente nell'anima come una pugnalata alle spalle e una punizione per la sua sbadata incoscienza. Non osava aprire il pacco. Vagiva disperatamente sopra al suo inconfessabile amore e a quel suo peccato, inutilmente nascosto alla consapevolezza. Cercò i suoi “titini” che, fino a quel momento, a modo loro, le erano stati vicini. Guardò dalla finestra e li vide sotto i rami, da quel dì perennemente piangenti, del vecchio Saggio. Sembravano ipnotizzati dal canticchiare degli uccelli pendolini e non ne volevano sapere di rientrare in casa.

- “Sei una carogna, Elvira!”- si disse- “Abbi il coraggio di aprire questo pacco da sola!!!”-.

E così fece... Un cestino ricavato dalle inattaccabili radici di salice. All'interno un libro: in copertina il disegno a carboncino di un fatato albero; titolo, “La Morte del Re” di Michele N. Un biglietto di accompagnamento: “Questi sono gli ultimi resti di Ombretta che dopo inarrestabili ricerche sono riuscito a recuperare per scrivere il mio libro. Ecco a cosa pensavo quando, secondo te, andavo a “caccia di farfalle”. Se un giorno mai rinuncerai al tuo inquieto, vile e perfido animo e deciderai di leggerlo, ti ho lasciato la prima pagina vuota perché tu stessa possa scriverti la tua meritata dedica. Firmato: Michele.

Elvira, in piena concentrazione, con le lacrime trattenute agli occhi, iniziò a leggere, e all'alba di domenica finì di scrivere sul primo foglio l'epigrafe maturata e promessa. Ripose il libro sul cestino e coprì l'insieme con la sua miglior mantella di seta. Da sonnambula, si diresse con passo sostenuto verso il logoro e consumato Saggio, e con massima cura introdusse l'involto nella profonda fessura scavata dal continuo e purulento nettare.

Le formiche si affrettarono curiose a decifrare l'enigma. Intanto una cicala oziosa e canterina ascoltava e col primo raggio di sole eseguì per Saggio la melodiosa dedica:

 

Ti scrivo in questo fine settimana solo per confessarti

che sotto sotto vorrei stare lì con te.

(Ritornello)

Risento mentre mi guardo dentro le parole di chi ha sofferto

e sola piango quando penso che l'hai scritte te.

(Ritornello)

Passeggio in mezzo a tanta gente che mi parla,

ma io non sento niente, il mio cuore ascolta solo solo te.

(Ritornello)

Ritornello: Non so come son stata amore a non capire affatto

che andava conservato quello che davi tu.

Potrai mai perdonare, buttare via il passato e poi

come se fossi un'altra avvicinarti a me.

Potrai guardarmi ancora un po' ? Ti prego son cambiata e poi

lo so di aver sbagliato, [:ti prometto ti amerò!:] (bis)

Elvira

 

Dicono in paese di aver visto il tagliaboschi bramosamente euforico. Parlava di un nuovo piccolo salice bianco che Elvira aveva piantato vicino al laghetto, proprio nello stesso punto dove, con tanta fortuna per le sue tasche, ne aveva sradicato due anni prima un altro. E che aspettava con ansia il passare del tempo perché, all'apparenza, prometteva altrettanto bene.

- “ E' proprio un povero diavolo, quello spaccalegna!”- si diceva, tra sé e sé, il parroco confessore mentre ascoltava le dicerie- “Lui non sa che Elvira non farà mai abbattere quell'albero, rappresenta per lei la viva essenza di Michele, che forse un giorno tornerà per leggere, all'ombra della stagionata e amorevole pianta, la saggiamente custodita dedica.”

Gigliola Dassori

Arquata Scrivia 16 Ottobre 2004



 



Di Gigliola Dassori - Pubblicato in : Michele ed Elvira
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